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domenica 31 ottobre 2010

Sarti, panettieri, falegnami i posti che nessuno vuole


ROMA - Se finestre e porte di casa vostra traballano preparatevi ad aspettare mesi prima di trovare qualcuno che intervenga. Se vostro figlio dice che da grande vuol fare il pasticcere o il marmista non consideratela una "diminuzione": crescerà occupato e realizzato. Nell'Italia della disoccupazione giovanile oltre il 25 per cento ci sono posti di lavoro che restano "vuoti" perché nessuno vuole o, più probabilmente, non sa farli.

Ci sono ragazzi a spasso e imprese a corto di personale: ce lo dice una ricerca della Confartigianato che ha stilato la classifica dei mestieri "trascurati" e delle professioni per le quali c'è tanta domanda e poca offerta.
Il caso è serio: elaborando dati del ministero del Lavoro e di Unioncamere il rapporto assicura che, nel 2010, la difficoltà di reperimento del personale è tornata ad aumentare. Manca di "copertura" il 26,7 per cento delle assunzioni programmate (sei punti in più rispetto all'anno scorso). Eppure negli ultimi due anni la crisi ha picchiato forte soprattutto sulle generazioni che si affacciano al mercato del lavoro: nella fascia che va dai 15 si 34 anni ci sono 216 mila disoccupati in più.

Ma quali sono le "arti" che offrono impiego e non lo trovano? Niente te a che fare con l'alta tecnologia, con i segreti del web e con i mille "corsi di computer" che milioni di famiglie hanno pagato e fatto frequentare ai figli pur di riciclare il vecchio diploma o, ancor pegg, la fresca

laurea.
Alle imprese italiane - piuttosto - servono installatori di infissi e serramenti: quest'anno, assicura la Confartigianato, le aziende erano pronte ad assumerne 1.500, ma nell'83,3 per cento dei casi non hanno trovati quello che cercavano. Stesso problema per i panettieri, i pastai, gelatai, pasticceri, tagliatori di pietre, marmisti, falegnami, cuochi, sarti, tessitori.... insomma 68 mestieri (tanti ne elencano gli artigiani) dove il "saper fare" conta, ma non si trova. Dove il lavoro è fatica anche fisica e la manualità fondamentale. Posti che restano vacanti sia perché i candidati che si presentano sono pochi , sia perché quelli che ci provano non sono adatti.

Difficile quindi cavarsela dicendo che i giovani sono "bamboccioni" o "fannulloni", difficile pensare che nessuno di loro voglia più "imparare un mestiere", visto che il paese pullula di ragazzi che fanno lavori altrettanto faticosi, probabilmente meno pagati, precari per definizione, ma abbastanza generici da poter essere svolti senza una specifica preparazione.
L'Italia in realtà pecca in formazione, e anche in informazione. Lo stesso rapporto Confartigianato fa notare che due giovani su tre (oltre 9 milioni) non hanno contatti con il mondo del lavoro durante il periodo degli studi, solo il 4 per cento ha alle spalle esperienze di stages o tirocini. Ancor più grave la questione del "canale" di avvio al lavoro: la strada per capire chi e dove assume resta oscura. Al termine del percorso scolastico solo l'8,3 per cento dei ragazzi trova lavoro grazie alle Agenzie, ai Centri per l'impiego o alle segnalazioni delle scuole stesse. Come ai vecchi tempi la maggior parte dei primi ingressi nel mercato del lavoro (oltre il 55 per cento dei casi) avviene grazie alle segnalazioni di amici, parenti, conoscenti. Il caso, la fortuna, la "raccomandazione".

LA REPUBBLICA.IT

venerdì 8 ottobre 2010

Facebook apre sulla privacy "I dati sono solo degli utenti"


Mark Zuckerberg presenta le nuove regole a tutela della riservatezza: ogni applicazione dirà quali informazioni personali sta usando. Con un clic si potrà scaricare su desktop qualunque materiale pubblicato sulla propria bacheca
CANNES - "La cosa più importante per noi sono i dati dei nostri utenti. Dati che appartengono solo a loro e che loro devono poter gestire in totola autonomia, decidendo chi può acedere a queste informazioni, cosa possa essere condiviso e quando questo possa accadere. Il nostro sforzo è costantemente in questa direzione perché è il cuore del nostro rapporto con gli utenti". Richard Allan, responsabile europeo per la privacy di Facebook, spiega così le motivazioni che hanno spinto Facebook a modificare ulteriormente le regole sulla privacy di Facebook e ad offrire agli utenti nuovi strumenti di controllo. Per la precisione le funzioni nuove sono tre, ma quella più importante riguarda la possibilità per gli utenti di sapere come le applicazioni che vengono autorizzate, ad esempio i giochi, usano i nostri dati, quando li usano e quanti ne usano, in modo da decidere se fornirne di meno o addirittura disabilitare l'applicazione in questione.
repubblica.it

È ovvio che nella maggioranza dei casi i nostri dati vengono utilizzati per le funzioni specifiche del gioco o dell'applicazione prescelta ma, ed è questo il motivo della nuova "dashboard" di Facebook, non tutte le applicazioni sono uguali e alcune utilizzano un maggior numero di dati di altre, magari in una maniera a noi non gradita. "Dato che la nostra esperienza online sta diventando sempre più sociale è importante poter verificare esattamente come gli altri siti utilizzano i vostri dati per il servizio
che vi offrono", ha sottolineato Mark Zuckerberg nel suo blog, presentando le nuove funzioni. Allan tiene a sottolineare che l'attenzione di Facebook alla privacy dei propri utenti è totale: "Uno dei nostri compiti principali è quello di garantire agli utenti che i loro dati rimangano loro. I dati non sono nostri, non li vendiamo a terze parti, e allo stesso tempo cerchiamo di educare i responsabili marketing delle aziende a vivere in un era dove la condivisione dei dati non vuol dire prenderne possesso".

Molto interessanti sono anche le altre due nuove features che Facebook ha introdotto: innanzirutto la possibilità di scaricare sul proprio pc tutto quello che nel tempo abbiamo postato sul sito, foto, mail, messaggi, update di status e informazioni del nostro profilo. Se si vuole una copia di tutto, per una ragione qualsiasi, basta un click su un link nelle "account information" e tutte le info verranno scaricate in un singolo download sul nostro computer. L'ultima novità è "Groups", che consente di condividere quello che vogliamo con piccoli gruppi di persone all'interno delle nostre liste di amici. Fino ad oggi era facile su Facebook condividere le nostre foto o i nostri messaggi con gli amici o con tutti, mentre era decisamente più complivato o impossibile selezionare a chi far vedere e achi no determinati contenuti. Da oggi con Groups sarà possibile invece condividere informazioni più personali con la famiglia, o professionali con i colleghi, senza dover postare tutto a tutti.

È evidente che questa nuova stretta sulla privacy sia frutto delle proteste e delle polemiche degli ultimi mesi sull'uso dei dati degli utenti da parte di Facebook, proteste che Zuckerberg non nasconde: "Abbiamo sentito forte e chiaro che voi volete più controllo sui contenuti che condividete su Facebook, per sapere esattamente chi li vede e capire esattamente dove vanno. Con Groups e gli altri tools che abbiamo reso disponibili abbiamo fatto pochi importamti passi verso l'obiettivo di dare a voi dei controlli precisi ed efficaci. Speriamo che queste nuove funzioni accrescano la vostra fiducia nel condividere informazioni su Facebook e che rendano l'esperienza ancora più ricca e reale".

giovedì 7 ottobre 2010

Dal rubinetto al bicchiere quant'è buona l'acqua di casa


In Italia è quasi ovunque sicura e di qualità, eppure siamo i più grandi bevitori di minerale. Mentre la Coop lancia un'iniziativa per il consumo sostenibile resta il problema della dispersione: gli acquedotti perdono un quarto del liquido

IN ITALIA l'acqua di rubinetto è buona e, nonostante i recenti rincari delle tariffe, costa ancora poco. Gli italiani però sono i più grandi consumatori di acqua in bottiglia di tutta Europa (ne bevono 195 litri a testa all'anno) e i terzi al mondo dopo arabi e messicani. Può sembrare un paradosso, ma è la realtà. Dalle fonti alla tavola il trasporto dell'acqua mette in movimento nel nostro paese ogni anno 480.000 tir (che, messi uno accanto all'altro, formerebbero una fila di 8.000 km, un viaggio andata e ritorno Roma-Mosca). Se poi all'acqua bevuta si aggiunge quella consumata (per mangiare, lavare, far funzionare siti produttivi e agricoli e così via) si scopre che ogni italiano usa al giorno 237 litri d'acqua (uno statunitense 425, un francese 150, un abitante del Madagascar 10).

Sul prezzo non c'è competizione: la cosiddetta "acqua del sindaco" secondo Legambiente costa in media 0,5 millesimi di euro al litro, mentre quella in bottiglia si aggira intorno ai 50 centesimi di euro al litro. Secondo una recentissima indagine di Federconsumatori svolta su un campione di 72 città italiane, negli ultimi dieci anni la bolletta dell'acqua è salita dell'85%, con differenze notevoli tra i vari capoluoghi (a Milano si pagano in media 107,79 euro l'anno contro i 447,23 di Firenze e i 204,08 di Roma). Nonostante quest'impennata, però, in Italia ci si disseta a prezzi ancora molto bassi rispetto ad altri paesi europei.

Il problema più grave e urgente da noi non è il costo dell'acqua ma il modo in cui questa viene distribuita. Gli acquedotti italiani rimangono i colabrodo di sempre: più di un quarto dell'acqua che trasportano si perde per strada.



Una volta entrata nelle case, lo spreco continua: consumiamo molta più acqua del necessario mentre al Sud, soprattutto d'estate, 8 milioni di italiani scendono sotto la soglia di emergenza e hanno il rubinetto a secco diverse ore al giorno. Basterebbe cambiare qualche abitudine per risparmiare acqua e denaro 2.

In questo quadro dai numeri sorprendenti, la Coop lancia una campagna per promuovere un uso corretto e consapevole delle risorse idriche, a partire dall'acqua di rubinetto. L'iniziativa si chiama "Acqua di casa mia" ed è accompagnata dallo slogan: "Hai mai pensato a quanta strada deve fare l'acqua prima di arrivare nel tuo bicchiere?". Alla domanda, sui manifesti e negli spot interpretati da Luciana Littizzetto che presto appariranno in giro per l'Italia e in tv, segue un invito piuttosto inusuale per chi l'acqua la vende da sempre: "Salvaguardiamo l'ambiente: scegli l'acqua del rubinetto o proveniente da fonti vicine". Al consumatore resta poi la libertà di scelta tra queste diverse opzioni. Se per motivi di gusto o di salute non si vuole o non si può rinunciare alle acque in bottiglia (ma i dati Nielsen relativi al primo semestre 2010 registrano un calo del 4,7% del consumo di acque minerali rispetto al 2009) allora si può prestare attenzione a scegliere quelle minerali provenienti da sorgenti vicine che non hanno fatto molti chilometri sulle strade. L'imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d'acqua che viaggiano per 100 Km (mediamente ne fanno molti di più) corrispondono, infatti, a circa 10 Kg di anidride carbonica (CO2) immessi in atmosfera. Se invece si sceglie l'acqua del rubinetto la produzione di CO2 è pari solo a 0,04 Kg. Un rapporto di 1 a 250.

Negli "scaffali parlanti" dei punti vendita Coop sarà dunque indicata la mappa delle acque 3, ossia la precisa localizzazione geografica delle fonti, in modo che il consumatore possa verificare quanti chilometri ha percorso la bottiglia che sta acquistando prima di finire nel suo carrello. Dal punto di vista delle acque minerali a proprio marchio, Coop ha "alleggerito" le bottiglie, riducendo la quantità di plastica impiegata in una percentuale tra il 13 e il 20%. Un'operazione che, nel complesso, ha prodotto un risparmio all'anno di 3300 tonnellate di CO2. Per evitare inutili sprechi nei consumi idrici dei propri punti vendita, inoltre, sono state adottate iniziative come l'utilizzo di riduttori di flusso per i rubinetti, scarichi a doppia cacciata per i wc, raccolta delle acque piovane. Infine, in coerenza con la campagna, Coop da un mese ha raddoppiato le fonti di approvvigionamento della propria acqua a marchio aggiungendo alle due sorgenti originarie (Grigna in provincia di Lecco e monte Cimone in provincia di Modena) quelle di Valcimoliana (Pordenone) e Angelica (Perugia). La disponibilità di quattro fonti (più un'altra al Sud ancora da individuare) permetterà di ottenere, a regime, una riduzione della distanza media che le bottiglie devono compiere di circa il 12%. Su scala annuale significa 235.000 chilometri in meno, pari a 388 mila chilogrammi di CO2 non emessi.
REPUBBLICA.IT

sabato 2 ottobre 2010

POLITICA QUANTO MI COSTI


Dai pasti ai viaggi, per finire con i portaborse: ecco quanto ci costa un parlamentare.

E' la somma che fa il totale, avrebbe detto Totò. Prese singolarmente in effetti, le voci di spesa sono davvero ridicole. Sono sacrosanti i 300 MILA EURO che la camera scuce annualmente per i corsi di lingua russa? Possiamo permettere che un parlamentare perda tempo a trovare un parcheggio? Ecco dunque la “necessità” di disporre di un congruo numero di posti nei Garage di Roma al non modico canone mensile, a carico di Montecitorio, di 130.786 euro. E i Senatori? Come riuscirebbero a memorizzare i mille impegni senza la fornitura da 100 mila euro (312 euro a testa) di agende e agendine??
Pensate che solo per le colazioni e i pranzi del presidente Schifani e degli altri ospiti di Corso Rinascimento se ne vanno circa 3 MILIONI DI EURO l'anno. L' altro ramo del parlamento quello presieduto da Fini, in brioche e caffè spende il doppio (6.130.000 EURO). Gli inquilini della Camera, quando passano alla cassa del Bar, del Self Service o della Bouvette del Transatlantico, coprono di tasca propria solo un sesto del costo effettivo di ogni pasto. Gli altri cinque sesti , con politico savoir faire, li lasciano sul conto( il nostro). Quello del parlamentare è un lavoro “tutelatissimo” pensate che per assicurare il Comfort degli scranni della Camera vengono pagati 19 mila euro all'Università di Sassari soltanto per verificare l'esatta ergonomia delle postazioni.
L' Università di Roma invece per 80 mila euro offre accurati accertamenti su igiene e sicurezza degli alimenti. L' ateneo romano di Tor Vergata riceve 120mila euro per suggerire come mitigare i rischi professionali. L'istituto superiore di Sanità, per altri 48mila euro, monitora la funzionalità delle aree per fumatori. Non manca nemmeno il test( svolto dal Cnr) per scovare l'eventuale presenza di gas radon all'interno del Palazzo. A questo punto sorge un dubbio grande quanto una casta: ma negli altri uffici pubblici, alla posta così come allo sportello dell' anagrafe, c'è la stessa doverosa e pignola attenzione alla salute dei lavoratori?
Bisogna però dare atto ai parlamentari che ce la stanno mettendo tutta per risparmiare. Si sono appena ridotti di 500 euro la diaria e di altri 500 la somma destinata al rapporto eletto-elettore: un taglio di mille euro fuori busta paga che, dunque, non inciderà sulla pensione.
E Montecitorio, chissà, potrebbe anche prestare maggiore attenzione all'orario di lavoro: per rimettere a posto gli orologi della camera ha appena speso 23.600 euro.


IL VENERDI DI REPUBBLICA

giovedì 30 settembre 2010

La Francia "avverte" i pirati Mail dissuasive a chi scarica


Al via a Parigi le nuove norme: gli autori di download illegali riceveranno messaggi dalle autorità. Una seconda ammonizione sarà preludio a una multa o al taglio dell'adsl

PARIGI - La caccia ai pirati del web è ufficialmente partita in Francia. Da oggi, chi scarica illegalmente film e musica potrà infatti ricevere un messaggio (via e-mail, ovviamente) di avvertimento da parte dell'Hadopi, la nuova autorità per la diffusione di opere e la protezione dei diritti di internet. La Francia diventa così il primo paese a sperimentare le norme dissuasive, approvate qualche mese fa 1, tra molte proteste e qualche dubbio di incostituzionalità. Il ministro della Cultura, Frédéric Mitterrand, ha difeso la nuova autorità, annunciando che presto Svezia e Gran Bretagna adotterrano misure simili per proteggere online il copyright delle opere.

Nonostante la mobilitazione di intellettuali e artisti contrari alla legge, il governo francese ha scelto di andare avanti. L'Hadopi è stata incaricata di sorvegliare la rete e di scoprire autori di download illegali. La normativa prevede un intervento graduale, con tre ammonimenti prima di far scattare la denuncia giudiziaria. "Attenzione il vostro computer è stato utilizzato per commettere azioni, rilevate da processo verbale, che possono costituire un reato" è il contenuto del primo messaggio di avvertimento, che da oggi sarà diffuso agli utenti incriminati. L'email di Hadopi potrà evidenziare la data e l'ora del download illecito, l'indirizzo Ip e il nome del provider, ma senza indicare i titoli delle opere scaricate. Prima di dovere pagare una multa o vedere tagliata la linea Adsl, l'internauta dovrà ricevere un secondo avvertimento, entro sei mesi, per aver scaricato nuovamente video e musica illecitamente. Infine, una nuova infrazione, entro dodici mesi, potrà dar inizio a un procedimento giudiziario.
http://www.repubblica.it

domenica 19 settembre 2010

Saviano: il mio San Gennaro


"In una città disperata questa magia è l'unica speranza. Per capirla bisogna ascoltarne il battito"di ROBERTO SAVIANO

(..) Norman Lewis in quel capolavoro che è Napoli '44 (Adelphi) scrive: "Da quattordici secoli, a partire dal giorno del suo martirio a Pozzuoli, san Gennaro limita la sua attività miracolosa a Napoli, e si è convinti che non alzerebbe un dito per salvare il resto del mondo dalla distruzione". San Gennaro, come scriveva Matilde Serao, "è un amico del cielo" e non ha quasi nulla dei santi cui la tradizione cristiana ci ha abituati. San Gennaro è colui a cui può essere richiesto davvero qualsiasi cosa. Che un furto vada a buon fine, o che la pastiera venga buona. Gli viene chiesto di guarire o di avere un figlio (anche se per ottenere questo miracolo i napoletani si rivolgono spesso anche a Santa Maria Francesca), di fermare la lava, di pulire le strade dalla peste e dal colera ma anche di indovinare i numeri al lotto. Invocarlo non è una risorsa estrema cui si ricorre solo per le questioni più importanti, perché San Gennaro accoglie tutto e sente tutti. E soprattutto non giudica. Sta a sentire e provvede. Non impone ai suoi devoti una rigida osservanza pratica. È un santo capriccioso che protegge la città e i suoi abitanti, non in quanto buoni cristiani o fedeli meritevoli ma in quanto napoletani e basta. E poi ce l'ha a morte col resto della regione che lo ha tradito, lo ha ucciso. San Gennaro era stato decapitato il 19 settembre del 305 a Pozzuoli. Il racconto narra che subito dopo la decapitazione una devota di nome Eusebia raccolse il sangue del martire e lo conservò in due ampolle. Le spoglie di San Gennaro furono rubate dai beneventani nel 315, perché i sanniti lo ritenevano loro concittadino essendo stato vescovo di Benevento, e solo nel 1497 tornarono a Napoli. Il primo miracolo del quale si ha notizia avvenne nel 1389; nel 1631, quando le ampolle con la reliquia furono esposte mentre era in corso un'eruzione del Vesuvio, la lava si arrestò al Ponte dei Granili senza entrare in città. Norman Lewis, ufficiale britannico di stanza nel sud Italia, descrive il comportamento degli abitanti di San Sebastiano, piccolo comune ai piedi del Vesuvio, che per fermare la lava utilizzavano l'effigie del loro santo patrono. Ma di riserva e ben nascosto sotto un lenzuolo - perché San Sebastiano non si offendesse - conservavano anche una statua di San Gennaro, l'asso nella manica che avrebbero sfoderato solo in caso di pericolo estremo perché chiedere la grazia al santo fuori le mura di Napoli è sempre un rischio, data la sua atavica avversione per la provincia.

Uno dei racconti più belli sul santo e la città l'ha scritto Matilde Serao nel piccolo capolavoro San Gennaro nella leggenda e nella vita (Palomar). Ricorda che Napoli ha 50 patroni, visto che per una città così grande e difficile ci vogliono molti santi. Un patrono per ogni tipo di disgrazie. Ma è solo San Gennaro a ricevere tutte le richieste, tutti i ringraziamenti e tutti i doni. I doni che nobili, borghesi e popolani hanno portato e continuano a offrirgli hanno creato un tesoro famoso in tutto il mondo. È nel tesoro di San Gennaro che c'è quello che viene considerato un artefatto dal valore inestimabile: la mitra, il copricapo vescovile creato da un orafo del Settecento con 3700 rubini, smeraldi e diamanti incastonati, per la cui realizzazione furono raccolti ventimila ducati fra il popolo, il clero, gli artigiani, i nobili e il sovrano. Ma il pezzo più pregiato è la collana di San Gennaro, probabilmente il gioiello più prezioso al mondo. Una collana con grosse maglie in oro massiccio alla quale sono appese croci tempestate di zaffiri, diamanti e smeraldi donate da Carlo di Borbone, dai principi di Sassonia, da Maria Carolina d'Austria, da Giuseppe Bonaparte, da Vittorio Emanuele II di Savoia. Persino il fratello di Napoleone non poteva fare a meno di rendere omaggio alla città attraverso il dono al suo santo. A Napoli anche le piante che ornano gli ingressi degli alberghi o dei negozi di lusso devono essere incatenate e chiuse con lucchetti enormi per evitare furti, eppure il tesoro di San Gennaro non è mai stato toccato. Il furto del tesoro non andò a segno nemmeno in Operazione San Gennaro divertentissimo film di Dino Risi, in cui il Dudù (Nino Manfredi) avrebbe dovuto, in combutta con una banda di americani e su indicazioni di Totò, rubare il tesoro. Dudù, chiede il permesso al santo, prima di accettare con gli americani di rubare il tesoro e scorge in un raggio di sole che illumina la statua del santo, il suo assenso. Durante la guerra affidarono l'oro al vaticano. La città era continuamente sotto bombardamento. Il 4 aprile 1943 una bomba aveva colpito il Duomo. Finita la guerra, i napoletani chiesero di riavere il tesoro. Ma era impossibile trasportare un carico di preziosi dal valore stimato all'epoca in tre miliardi di lire, attraverso strade distrutte, infestate di malviventi, senza poter contare su poliziotti o carabinieri, perché non ce ne erano abbastanza. Si offrì Giuseppe Navarra, piccolo camorrista ex palombaro dal fisico massiccio, chiamato "il re di Poggioreale", che si era arricchito trafficando prima a Marsiglia e poi a Napoli, dove girava con una Alfa 2880 appartenuta a Mussolini. Navarra partì per Roma accompagnato solo dal novantenne principe Stefano Colonna di Paliano, vicepresidente della Deputazione di San Gennaro. Al ritorno li bloccò prima una piena del Garigliano e poi due malintenzionati. Ma Navarra riuscì nell'impresa e rifiutò la ricompensa offertagli dal cardinale: "Mi basta l'onore di aver reso un servizio a San Gennaro e a voi, il denaro datelo ai poveri". La festa di San Gennaro è quel mistero dentro cui c'è Napoli. Una terra che si liquefa e si ricoagula, che ha una consistenza indefinibile, mai certa, solida. E che pure gronda di vita vera, contagiosa. Più cade nell'abisso senza regole, crudele, più sembra in grado di rinnovarsi. San Gennaro c'è anche se non lo meriti. Non devi conquistarlo. Sei amato e forse aiutato. Il mistero di San Gennaro è tutto qui. In questa incredibile ambiguità. Nella disperazione di una città dalla vita così dura, così caotica, che deve rivolgersi ad un santo per immaginare di trovare una regola.

© 2010 Roberto Saviano/

mercoledì 15 settembre 2010

"Portavamo il tricolore a Venezia insultati dai leghisti, identificati dalla polizia"


Denuncia di un consigliere comunale della Lista 5 stelle: "In una decina avevamo 2 bandiere italiane durante la festa della Lega e per questo siamo stati fermati mentre i militanti del Carroccio inveivano"
"Fermati ed identificati dalla polizia per avere con noi il tricolore. Insultati e derisi da decine di leghisti esaltati ed urlanti - rischiando il linciaggio da parte di questi ultimi e una denuncia (per manifestazione non autorizzata e per aver provocato disordini) da parte della polizia". Questo, secondo la denuncia di un consigliere comunale di Venezia Marco Gavagnin della lista Cinque stelle e del Blogger Paolo Papillo di Informazione dal basso che domenica scorsa, durante la Festa dei popoli padani hanno voluto provare a vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per il capoluogo veneto con indosso una bandiera italiana. Il risultato per quanto sorprendente è descritto da loro stessi: "Siamo stati identificati noi, non quelli che ci insultavano; e ci avrebbero senz'altro aggrediti, se non ci fosse stato il cordone di polizia a proteggerci. Ci hanno cacciato, accompagnati distanti dal luogo della manifestazione leghista e fatti disperdere. Esporre il tricolore durante la festa della Lega - festa che vedeva presenti numerosi esponenti politici del partito e lo stesso Ministro degli Interni - è diventata una provocazione politica".

"Eravamo in una decina - raccontano - ci eravamo incamminati lungo il ponte dopo il quale iniziava a svolgersi la manifestazione leghista, ci è stato impedito da agenti in tenuta antisommossa e da uomini della Digos di proseguire verso Riva dei Sette Martiri e Via Garibaldi: luoghi paradossalmente scelti quali teatro della manifestazione di questa forza di governo che non si riconosce nei simboli della nostra Repubblica e ne disconosce la storia scritta nel sangue di tanti patrioti. Sì, perché i sette martiri veneziani a cui è intitolata la riva sono partigiani morti durante Resistenza al grido di "viva l'Italia".

"Subito dopo - continua il racconto - decine di leghisti (uomini e donne, vecchi e giovani) ci hanno spintonato e strattonato, cercando anche di sottrarci le telecamere; ci hanno insultato anche pesantemente, con vari improperi che andavano da "pirla" a "cretini", da "pagliacci" a "omossessuali" e "culattoni". Naturalmente ci hanno accusati di essere "comunisti", dei "rompicoglioni", o più semplicemente dei "lazzaroni": "andate a lavorare!" ci dicevano, "andate a casa!"

"Questi però - si lamentano - non sono stati identificati. No. Eravamo noi - quelli col tricolore - l'anomalia, quelli fuori posto, i sobillatori. Mentre loro - quelli che inneggiavano alla secessione, i fautori della "padania che non c'è", con le magliette e gli striscioni con la scritta "padania libera" - erano quelli normali... un completo ribaltamento di senso!".

la repubblica.it

martedì 14 settembre 2010

DOMENICO SAVIO( DA ISCHIA), LA STORIA DELL' ULTIMO MARXISTA LENINISTA DIVENTA UN FILM


Nelle ringhiere è incastonatoa ripetizione il simbolo della falce e martello. La casa di Forio d'Ischia è una residenzapartito. Una dacia sovietica a un passo dal mare. Difficile sostenere che Domenico Savio non voglia far sapere al mondo che sarà sempre comunista. Su questa figura complessa e stravagante rispetto al panorama politico attuale, il filmaker napoletano Antonio Moreno ha realizzato "Il segretario del partito comunista italiano marxista leninista", documentario selezionato dalla ventottesima edizione del Bellaria Film Festival in corso fino a domani nella cittadina romagnola. Il titolo alla Wertmuller non è un caso. Il trentenne regista, che è stato anche assistente di Paolo Sorrentino per "Le conseguenze dell'amore" e "L'amico di famiglia" e ha lavorato come sceneggiatore per la soap "Un posto al sole", si è appassionato al segretario del partito con sede ad Ischia per la sua coerenza e per la sua definitiva e incontrovertibile convinzione della necessità della costruzione del socialismo reale nell'Italia dei nostri giorni. Una posizione romantica che ha incuriosito il giovane autore partenopeo. «Negli anni scorsi avevo letto dei buoni risultati elettorali del Partito comunista italiano marxista leninista e mi ero incuriosito della presenza a Ischia di una organizzazione di quel tipo», spiega Moreno. «Nel 2008 ho avvertito il desiderio di realizzare un documentario sulla situazione politica e in particolare sulla sinistra comunista, uscita a pezzi dall'ultima esperienza di governo. Mi sono così ricordato del partito di Domenico Savio, sono andato su Internet e mi sono imbattuto nel Tg-Pci del figlio Gennaro. Da lì è partito tutto. Il telegiornale fatto in casa era a suo modo geniale e ho capito che a Ischia avrei trovato una storia interessante da raccontare». - (il. urb.)


Cane morto dopo operazione sbagliata:"Nessun danno morale per il padrone"


Secondo il tribunale civile di Milano la compagnia di un animale non è "un diritto inviolabile della persona". La cagnolina Maya era stata operata l'11 marzo 2003 ed era morta a casa poche ore dopo essere stata dimessa

Se un cane muore dopo un intervento sbagliato da parte del veterinario, il proprietario dell'animale non ha diritto a un risarcimento per il danno morale a causa della perdita del suo 'fedele amico', perchè la compagnia di un cane nella vita non è "un diritto inviolabile della persona". E' il principio stabilito dal tribunale civile di Milano che, con una sentenza, non ha accolto la richiesta di danni di una donna che aveva visto morire la sua cagnolina dopo un'operazione chirurgica.

Maya, una femmina di siberian husky di nove anni, era stata operata l'11 marzo 2003 da un veterinario, su consiglio di un collega, amico della proprietaria del cane. Dopo l'intervento di aspostazione di un sospetto tumore alla mammella, la cagnolina aveva subìto una forte emorragia, ma era stata dimessa e poi era morta a casa poche ore dopo.

Il giudice della quinta sezione civile, Damiano Spera, è stato quindi chiamato a decidere sulla causa intentata dal legale della donna, l'avvocato Maurizio Bozzato. L'avvocato aveva sottolineato il "coinvolgimento in termini affettivi che la reazione tra uomo e animale domestico comporta" per "l'arricchimento della personalità dell'uomo" e aveva chiesto, per la sua cliente, un risarcimento anche per danni non patrimoniali.

Il tribunale ha riconosciuto "la responsabilità" dei due veterinari nel causare la morte, sia per non aver fatto tutte le analisi necessarie (il cane era anche "affetto da sospetta neoplasia e in sovrappeso") e sia per averlo immediatamente dimesso dopo l'operazione ("la semplice permanenza anche di ulteriori 60 minuti all'interno della struttura sanitaria, avrebbe permesso ai medici di rendersi conto meglio dell'eventuale insorgenza di complicanze"). La sentenza, dunque, ha messo nero su bianco che "deve dichiararsi la responsabilità" dei due dottori "nella produzione dell'evento lesivo", ritenendo responsabile non solo il veterinario che ha operato, ma anche il collega, perché aveva accompagnato cane e padrona in tutte le fasi dell'intervento assumendosi, in questo modo, "un obbligo di cura".

Tuttavia, richiamando una sentenza della Cassazione di tre anni fa in una causa per il decesso di un cavallo, il giudice ha negato alla donna il risarcimento per danni morali. "Non si tratta di un diritto inviolabile", ha argomentato, e ha disposto che i tre protagonisti della causa dividano le spese sostenute per l'indagine di verifica della colpa medica. I due veterinari dovranno quindi pagare alla proprietaria di Maya solo due terzi delle spese sostenute per la causa.

Repubblica.it

venerdì 20 agosto 2010

Sms per i boss a "Quelli che il calcio" Macrì: "Messaggi cifrati per il 41 bis"


La segnalazione arriva da un carcere e dovrà essere verificata. I capi clan li recepiscono e interpretano grazie a contenuto e mittente. Grasso: "Un sistema assolutamente impenetrabile non esiste"
ROMA - "Tutto ok, Paolo". Questo sms inviato a Quelli che il calcio... e ad altri programmi tv è in realtà un messaggio cifrato destinato a boss mafiosi in regime di 41 bis, che lo hanno letto e interpretato guardando la trasmissione.

Un piano semplice ed efficace, svelato dall'ex procuratore nazionale antimafia aggiunto, Enzo Macrì, nel corso di un'audizione alla Commissione parlamentare antimafia. Macrì ha fatto sapere che la criminalità organizzata utilizza le più popolari trasmissioni televisive per trasmettere messaggi in codice ai capi clan.

La segnalazione è arrivata qualche mese fa grazie alla "soffiata" di un carcerato. "Ciò che ci colpì - ha spiegato Macrì - era l'apparente banalità del contenuto degli sms, dietro ai quali, in realtà, si celavano precise comunicazioni ai boss. Impossibilitati, a causa del regime carcerario cui erano sottoposti, ad avere qualsiasi comunicazione con l'esterno. Ed è chiaro, tra l'altro, che l'esatto significato del messaggio lo potevano capire solo i destinatari".

I responsabili di Quelli che il calcio..., ha precisato Macrì, sono all'oscuro dell'utilizzo improprio della possibilità di inviare gli sms nel "serpentone" della trasmissione tv Rai. I messaggi vengono infatti pubblicati automaticamente attraverso un rullo che scorre sul video.

L'audizione nel corso della quale Macrì ha fatto la segnalazione risale allo scorso mese di maggio. Oggetto del colloquio, su delega del procuratore nazionale Piero Grasso con la Commissione antimafia, è stata la situazione dei detenuti in regime di 41 bis di cui il magistrato, oggi procuratore generale ad Ancona, era responsabile per la Dna.

"Certo - ha detto Macrì - quello degli sms alle trasmissioni televisive, e nel caso specifico a Quelli che il calcio..., è solo uno degli strumenti utilizzati per inviare messaggi ai detenuti al 41 bis. Messaggi che i boss recepiscono ed interpretano attraverso il loro contenuto e il mittente. Si tratta di messaggi dal contenuto spesso banale che, in realtà, nascondono importanti "comunicazioni di servizio" ai capi mafia".
REPUBBLICA.IT

venerdì 13 agosto 2010

Ecco il Grande fratello Google,ci scheda per la pubblicità


Gli identikit conservati un anno e mezzo in 450mila server. Chi va in rete viene inseguito da inserzioni dedicate. Esiste un'operazione per disattivare il tracciamento ma è a carico dell'utente. Gusti, orientamenti sessuali e religiosi LE MANI SULLA RETE
Secondo una ricerca dell'Università californiana di Berkeley, Google Inc (23,6 miliardi di dollari di fatturato nel 2009) è in grado di controllare e tracciare i movimenti di chi usa Internet sul 88,4 per cento della rete. Direttamente, attraverso i suoi siti cult, come il motore di ricerca, il servizio di posta elettronica (gmail. com), Youtube, Google Maps, Picasa. Ma anche indirettamente, grazie a quei software gratuiti usati da milioni di bloggers, gestori di siti e aziende. Ad esempio Google Analytics - l'applicazione che permette di conteggiare il traffico di un portale - o AdSense, il servizio di inserzioni pubblicitarie. Risultato: il database di Google è il più vasto oggi esistente, e anche quello che contiene il maggior numero di informazioni su un utente unico.
È oggettivamente difficile navigare senza finire mai in quello che per tanti è semplicemente un colorato motore di ricerca, veloce, intuitivo e dal motto rassicurante "non essere cattivo". Lo slogan fu scelto personalmente dai due fondatori, gli ex studenti universitari di Stanford Sergey Brin e Larry Page, e forse è da aggiornare, vista l'aggressiva "politica di annessione" avviata dai suoi manager. Google Inc acquista società, aumenta i servizi, si sta proponendo in pratica come lo sportello unico per i nostri bisogni online. E ora è anche sui telefonini. Con Admobile sta invadendo il settore delle applicazioni pubblicitarie per cellulari. Android, il suo sistema operativo che consente l'accesso veloce a Internet, è utilizzato su un telefonino su tre negli Stati Uniti. Ma i soldi Google Inc li fa sempre nello stesso modo: vendendo pubblicità.

SEMPRE INTERCETTATI
Repubblica ha assistito in diretta alla "profilazione", grazie a Matteo Flora, esperto di sicurezza su internet a capo di TheFool, una società che offre servizi anti-schedatura. Abbiamo navigato per 10 minuti come farebbe un qualsiasi utente: abbiamo visitato il sito di Repubblica, abbiamo letto un articolo che parlava di Berlusconi, poi la notizia del passaggio di Mourinho al Real Madrid, siamo passati su un sito di vendita di automobili, abbiamo visto un'intervista al regista James Cameron, poi abbiamo controllato il nostro conto in banca e spedito un messaggio a un amico su Facebook. Su un altro computer - dotato di un software in grado di fare il profiling - abbiamo potuto vedere con gli occhi di Google. Risultato: al numero 4344222, identificativo del browser (il software di navigazione, in questo caso Explorer), era associato il nostro nome e cognome, carpito al momento dell'accesso a Facebook. Poi una lista di parole: Berlusconi, Repubblica, sinistra, politica, opposizione, Bersani, banca (e il nome del nostro istituto), Inter, Mourinho, Real Madrid, calcio, sport, film, cinema, Avatar, 3d, Cameron, avventura, automobile (e l'indicazione di un modello specifico da noi più volte cliccato), utilitaria, usato. Classificate per importanza.
"Google personalizza gli annunci in base ai nostri reali interessi - spiega Matteo Flora - ecco quindi che la pubblicità non è più una scocciatura, ma diventa persino utile. E remunerativa per chi te la propone. Per cui un utente che naviga abitualmente su siti di automobili, si troverà sparsi ovunque annunci di vendita di auto, anche su portali che non c'entrano niente con quel settore". Tecnicamente quindi Google è una mega concessionaria di pubblicità che è riuscita a risolvere una volta per tutte l'antico problema del target, quello su cui generazioni di venditori hanno sbattuto la testa. Tutto a discapito però della nostra privacy.
"È il prezzo che paghiamo per i costosi prodotti che Google distribuisce gratuitamente - spiega ancora Flora - con la navigazione di fatto offriamo inconsapevolmente dati personali e dati sensibili riguardanti, ad esempio, l'orientamento sessuale, la salute, la religione che nemmeno i servizi segreti più intrusivi potrebbero avere". Come se fossimo tutti intercettati, 24 ore su 24.

LA DIFESA
L'azienda di Mountain View, la società con la migliore reputazione al mondo secondo la rivista americana Forbes, non ci sta a essere considerata la versione finora più compiuta del Grande Fratello orwelliano. "Noi non spiamo nessuno - dice Marco Pancini, European Senior Counsellor di Google - è vero che registriamo la navigazione degli utenti per creare un elenco personalizzato di categorie di interesse, ma tutto avviene in maniera anonima. I profili sono associati a un codice numerico, mai a un nome e un cognome, come indichiamo nella sezione "privacy" del nostro sito. Volendo poi si può decidere di disattivare il tracciamento, facendo il cosiddetto opt-out. E ci sono software scaricabili che bloccano la profilazione". Tutto ciò però rimane a carico dell'utente, e chi non è esperto difficilmente si cimenta in queste operazioni. Google inoltre non chiede mai esplicitamente il consenso alla raccolta e al trattamento dei dati. Lo fa e basta. Altro punto debole: la certezza dell'anonimato. Come abbiamo documentato durante la dimostrazione di Flora, scoprire l'identità di qualcuno che durante la navigazione accede al proprio account di posta elettronica o di Facebook è molto semplice. "La nostra azienda controlla che i profili rimangano anonimi, separati dagli account registrati. Non facciamo mai l'incrocio dei dati", risponde Pancini. Ma chi controlla i controllori?

I DUBBI DEI GARANTI
Sul web è esploso il business del tracciamento. I database diventano merce preziosa per chi opera in un settore - quello della pubblicità online - che muove 23 miliardi di dollari all'anno. Un'inchiesta del Wall Street Journal dimostra che navigando sui 50 siti più popolari negli Stati Uniti, ci si ritrova con il computer infestato da 3.180 files specifici per la profilazione. Cookies, FlashCookies e i neonati Beacon: software invisibili capaci in alcuni casi di stilare l'età, il sesso, il codice postale, il reddito, lo stato civile, le condizioni di salute dell'utilizzatore. Spie digitali usate soprattutto da Google, Microsoft e QuantCast Corporation, ma anche da una miriade di piccole aziende che hanno fiutato l'affare e si sono specializzate nella raccolta e nella vendita all'ingrosso dei nostri segreti, in stock da 50-100 mila profili. Un mercato che frutta miliardi di dollari.
Proprio per il timore di rimanere indietro in questa corsa, Google Inc avrebbe potenziato la profilazione dei suoi utenti, come pare dimostrare un documento riservato di sette pagine del 2008 - pubblicato sempre dal quotidiano americano - dal quale si deducono i dubbi dell'azienda e le proposte per rimodulare le strategie nel settore della pubblicità.
Non è un caso quindi che un rapporto di Privacy International, l'organizzazione no profit inglese che si occupa di monitorare gli attacchi alla privacy lanciati da governi e aziende, metteva già nel 2007 Google al primo posto della classifica dei "cattivi di Internet". "Non chiede l'autorizzazione al trattamento dei dati, ha accesso a informazioni personali che vanno oltre il traffico online, come hobby, impieghi lavorativi, numeri di telefono. Raccoglie i report delle ricerche fatte attraverso la sua Toolbar senza specificare per quanto li conserverà", scriveva tre anni fa. Google non ha mai smentito quel rapporto.
Le autorità internazionali stanno prendendo coscienza del problema. Negli Stati Uniti la Commissione Federale per il Commercio propone di obbligare i progettisti di browser a inserire meccanismi di bloccaggio del tracciamento. Semplici, intuitivi e facili da attivare. In Canada e in Australia le commissioni parlamentari per la privacy hanno avviato indagini su Google. In Germania il governo sta valutando se proibire Analytics, usato dal 13 per cento dei domini tedeschi.
Google utilizza le informazioni sugli utenti solo a scopi promozionali, ma cosa succederebbe se finissero nelle mani sbagliate? Magari in quelle poco pulite di servizi segreti deviati? O in quelle di un'azienda concorrente alla nostra, in grado di corrompere un funzionario o un semplice dipendente di Google?

LE RELAZIONI PERICOLOSE
La letteratura, in merito, è piuttosto confusa e piena di storie e retroscena che finiscono per smarrirsi in quel terreno ambiguo che confina quasi sempre con il mondo torbido degli 007 e degli scandali diplomatici. Il caso di uso distorto di questi dati pare essere quello che ha portato all'uscita temporanea di Google dal mercato cinese (dopo che gli hacker governativi erano riusciti ad impossessarsi di una grossa quantità di informazioni sui dissidenti). Ma un esempio ancora migliore lo si ricava analizzando il caso americano.
Google "is in bed with the Cia", ovvero "va a letto" con la Cia, dichiarò l'ex spia Robert David Steele nel 2006, allarmando la comunità di Internet. Steele aveva appena abbandonato l'incarico di reclutatore clandestino proprio per conto della Cia. Accusava e accusa ancora oggi Google di condividere informazioni private con i servizi segreti americani. Steele fa anche un nome: Rick Steinheiser, responsabile dell'ufficio ricerche e sviluppo di Google. Sarebbe lui l'uomo di collegamento con i servizi. Un rapporto, secondo quanto ricostruito da Steele, nato nel 1998. Google era appena nata e in difficoltà economica, in quel momento avrebbe ricevuto finanziamenti dalla Cia. Gli intrecci però non finiscono qui. Nel 2004 Rob Painter, direttore del reparto tecnologie di In-Q-Tel, un'azienda che sviluppa tecnologie per conto della Cia, è diventato a sorpresa Senior Federal Manager di Google..

domenica 8 agosto 2010

"Non passate a miglior vita".Ordinanza-protesta a Roncadelle


L'impossibilità d'ampliare il cimitero, a causa del patto di stabilità, ha indotto Michele Orlando, sindaco del centrosinistra di Roncadelle (Brescia), a lanciare un singolare appello ai propri concittadini. " Non passate a miglior vita", questo la richiesta che, in sintesi, viene rivolta ai cittadini di Roncadelle attraverso un'ordinanza.

Tra le varie opere fermate dal Patto di stabilità figura infatti anche la ristrutturazione del Corpo A del cimitero comunale, situato in via Marconi, a circa 200 metri dalla chiesa parrocchiale, per una spesa di 200mila euro.L’opera prevede la ristrutturazione di tutti i circa 100 loculi del lato est del camposanto, che, negli ultimi anni, sono stati «liberati» dai feretri che contenevano. Dove è stato possibile le ossa sono state collocate nell’ossario comune; per gli altri, i feretri sono stati nuovamente inumati nello spazio nord del comparto A del cimitero.

repubblica.it

Considerato l’esito negativo delle lettere inviate prima al ministro Tremonti e poi al presidente della Repubblica Napolitano, lunedì il sindaco di Roncadelle, Michele Orlando, firmerà un’ordinanza «provocatoria» per cercare di «allentare» il Patto di stabilità.

giovedì 15 luglio 2010

L'artista operaio Cantore di lotte e tammorre che incontrò anche Fellini

Ho cominciato a fare il cantore di mestiere nel '96», racconta Colasurdo, icona della musica popolare da oltre trent'anni, personaggio che segue un percorso artistico pronto a sopravvivere a mode e tendenze. Grazie a una voce nata sul confine tra i campi di Pomigliano e le sirene delle fabbriche, Colasurdo racconta una storia che non c'è più, la storia di una trasformazione sociale destinata a infrangersi sul referendum Fiat dello scorso giugno. Una voce senza tempo, legata alla cultura orale e contadina, che non smette di affabulare il pubblico in piazze e teatri non solo italiani. Sempre accompagnata dal suono della tammorra. «Il tamburo è il più grande strumento di comunicazione che hanno i popoli», continua il cantore del Vesuvio, una lunga gavetta con 'E Zezi, poi a una carriera solista che dalla musica lo ha portato anche al teatro con "L'Histoire du soldat"e al cinema con "L'intervista" di Fellini. Fino all'incontro con Peter Gabriel e all'incisione del disco per la Real World "Lost Souls- Aneme Perze", insieme agli Spaccanapoli. «Negli anni '70, dopo un periodo di lotte, riuscii ad entrare in fabbrica. Ma non alla catena di montaggio, ero addetto alle pulizie all'Alenia di Pomigliano d'Arco...», racconta l'artista nella sua abitazione di Pomigliano d'Arco, ricordando ancora il suono della sirena per il turno delle sei. «E pensare che prima da noi la sveglia la facevano i galli... Pulivamo le aree industriali, si parlava con gli operai, si condividevano i problemi, era la stagione delle lotte nelle fabbriche». Un impegno che continuava anche una volta finito il lavoro. «Ci riunivamo in quella che affettuosamente chiamavamo 'a casarella, una piccola abitazione della periferia, vicino alla campagna». Ci andavano contadini, operai, artisti. Marcello ne ricorda alcuni. Tonino 'o stock, Angelo De Falco, Matteo D'Onofrio, Miciariello, Felice Fiorillo, Enzo La Gatta. «È lì che sono nati i Zezi. Cantavamo la nostra storia, quello che vivevamo sulla nostra pelle, lo sfruttamento, lo sciopero dei contratti...». Argomenti che trent'anni fa finivano nelle canzoni, come nella celebre "Tammurriata dell'Alfa Sud" dei Zezi. «C'era un poeta operaio, Salvatore Alfuso, detto Scià Scià, che ci raccontava della storia di un contadino che divenne proletario. Espropriato della sua terra, cominciò a fare i conti con i ritmi della fabbrica. Facevamo musica popolare, con i nostri canti a fronna, memoria di una civiltà contadina mai morta. Si cantava e molti operai rispondevano, proprio come facevano una volta i contadini. Quasi alla maniera blues. È un canto legato alla scala araba e orientale. Possiamo dire che noi siamo multietnici da sempre». Un canto dalla storia millenaria che negli anni Settanta si è trasformato in canto di lotta. Lasciata la fabbrica, si era pronti a salire sui palchi. «Facevamo concerti proletari. Rispetto agli altri compagni ci sentivamo fortunati, avevamo la possibilità di cantare la nostra rabbia e di sensibilizzare il pubblico». La notorietà del collettivo operaio che coniuga il folk con l'impegno arriva anche fuori confine. Per il viaggio in America con le Nacchere Rosse, invece, il problema fu quello del visto al Consolato. «Gli americani si impressionarono per il nome, Nacchere Rosse, un colore che associavano alla fede comunista. E così ci fecero il terzo grado. Chiamammo l'interprete e gli spiegammo che ci chiamavamo così perché dalle nostri parti c'era la coltivazione del pomodoro...E ci fecero passare». Ma nel '96 arriva la lettera di licenziamento e Colasurdo sceglie di continuare con la musica e con il teatro. Fino a quando non viene chiamato da Federico Fellini. «Marcellone!, mi chiamava così. Era il film "L'intervista" e io interpretavo il ruolo di un marajà... «. Un incontro nato per caso. «Fellini si ritrovò tra le mani una mia fotografia, un primo piano, io ero truccato da donna, da zeza, mi disse che lui amava trovare personaggi insoliti, li immaginava, li sognava. Finii anche in una sua mostra, nel suo catalogo dei sogni». La disarmante semplicità di Marcello Colasurdo rimanda ad un altro aneddoto, raccontato dagli amici musicisti e da lui stesso ricostruito, allorché scambiò Peter Gabriel per uno dello staff inglese negli studi di registrazione della Real World a Bath, in Inghilterra. «Facemmo un concerto con gli Spaccanapoli e la sera vedevo una persona che si aggirava nel camerino con una piccola telecamera. Una volta si avvicinò, mi prese la mano e se la mise sul cuore. Pensavo fosse un ammiratoreo uno del servizio d'ordine. Poi il produttore mi fece un segno disperato, e quando capii non potei che scusarmi genuflettendomi. Un grande artista, semplice e straordinario». Dopo qualche anno la soddisfazione di aprire alcuni concerti italiani di Peter Gabriel, compreso quello all'Arena Flegrea di alcuni anni fa. «Quando la notte torno a casa dopo il concerto, mi sento bene, avverto una sensazione di pace, so di aver fatto qualcosa per la gente». Si gira Colasurdo, come a ricercare nell'aria un tempo perduto. Tira un sospiro e continua pacatamente. «Io sono nativo di Campobasso, sono figlio di una ragazza madre, arrivai a Pomigliano a dodici anni e non ho mai conosciuto mio padre. Quello adottivo sì. La musica è stata la mia grande fortuna». Fra alti e bassi di una carriera che non è paragonabile a quella di una popstar, in termini di dischi vendutio di biglietti staccati al botteghino. Ma quando si presentò l'occasione di incidere per la Real World, Marcello Colasurdo non ebbe esitazioni. Era l'occasione della vita. Che però comportò la scissione dai Zezi. «Mi piace ricordare i momenti belli, come i concerti di solidarietà», conclude il cantore del Vesuvio. «Una volta ci trovammo a un concerto per i bambini dell'Africa e capii che quando suoni per queste persone non c'è cachet che tenga... Meglio una tammurriata che una guerra!».
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