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domenica 14 novembre 2010

S.O.S MANIFESTO


Lo so IL MANIFESTO come giornale non è uno dei più popolari e a volte si può essere in disaccordo su quello che dice..ma è una voce importante dell' editoria italiana..una sorta di grillo parlante rosso.. Oggi rischia seriamente di abbandonare penne e blocchetti e di chiudere la redazione....Ora vi chiedo ogni tanto invece della Gazzetta accattatavill una copia de Il MANIFESTO...

domenica 7 novembre 2010

2010 D.C., L' UMILIAZIONE DI POMPEI


Non passa giorno senza che qualcuno ci ricordi come l’Italia custodisca la maggior parte dei beni artistici e archeologici del pianeta. Ma meritiamo davvero un simile onore? Il dubbio sorge, osservando quello che accade a Pompei. Da tempo il Corriere del Mezzogiorno sta documentando lo scempio di alcuni «restauri » a base di colate di cemento e l’incuria che regna nell’area immensa degli scavi. Con la protesta montante attraverso i social network, come sta a dimostrare il record di adesioni a una pagina di Facebook che si chiama «Stop killing Pompei ruins». Al punto che viene da chiedersi: ma se quel tesoro ce l’avessero gli americani, oppure i francesi o i giapponesi, lo tratterebbero allo stesso modo?

Il fatto è che quell’area archeologica unica al mondo è purtroppo il simbolo di tutte le sciatterie e le inefficienze di un Paese che ha smarrito il buon senso e non riesce più a ritrovarlo. O forse semplicemente non vuole, affetto da una particolare forma di masochismo. Che però ha responsabili ben precisi. «Le istituzioni preposte alla tutela dei beni culturali sono costantemente umiliate da interessi politici ed economici del tutto privi di attenzione per la salvaguardia di quella che è la maggiore ricchezza del nostro Paese» ha denunciato qualche tempo fa Italia Nostra. Ed è proprio difficile dargli torto, quando proprio a Pompei l’indifferenza della politica si tocca con mano.

Per due anni, con la motivazione del degrado in cui versa l’area, hanno spedito lì il commissario della solita Protezione civile. Con il risultato di «commissariare » nei fatti anche la Sovrintendenza. E già questo non è normale (che c’entra la Protezione civile con gli scavi archeologici?). Ma ancora meno normale è il fatto che da mesi, ormai, Pompei sia senza una guida. A giugno il commissario è scaduto. Mentre a ottobre il sovrintendente ancora non c’è. O meglio, il posto è tenuto in caldo da un reggente in attesa del titolare. Che però il ministero dei Beni culturali non nomina.

Perfino inutile interrogarsi sui motivi di questa paralisi. Viene addirittura il sospetto che nella stanza dei bottoni nessuno si renda conto di avere fra le mani una risorsa economica enorme in una regione che ha disperato bisogno di lavoro e sviluppo. Per dare un’idea dell’attenzione riservata a questa materia basterebbe ricordare che dal 2004 a oggi il governo non è stato nemmeno in grado di mettere in piedi un portale nazionale di promozione turistica degno di tal nome. Nonostante i milioni (non pochi) spesi. Per verificare, f a t e v i un giretto su www.italia.it, dove la pratica pompeiana è liquidata in 66 parole, senza nemmeno una foto: «Per l’eccezionalità dei reperti e il loro stato di conservazione, l’Unesco ha posto sotto la sua tutela l’Area archeologica di Pompei ed Ercolano, che nel 79 d.C. furono completamente distrutte dal Vesuvio. La lava vulcanica segnò la loro distruzione ma, solidificandosi, la stessa lava che le distrusse divenne un’eccezionale "protezione" che ha preservato gli straordinari reperti, riportati alla luce molti secoli dopo ». Stop.

E poi c’è chi si lamenta che con il 70% delle bellezze artistiche e naturali di tutto il mondo continuiamo a scivolare in basso nelle classifiche internazionali del turismo...

Sergio Rizzo (CORRIERE.IT)

giovedì 16 settembre 2010

LIBIA E GLI SPARI SUL PESCHERECCIO ITALIANO, QUI TONNO CI COVA


La lunga mano del Colonnello sul tonno rosso

«Ci permetterà di salvare molte vite». Così l'allora ministro dell'interno Giuliano Amato annunciava il 29 dicembre 2007 la firma del protocollo per i «pattugliamenti congiunti» delle coste libiche. Un protocollo che sarebbe entrato in vigore solo a un anno e mezzo di distanza, dopo cioè la firma del «Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato» nell'agosto 2008 e la sigla di un ulteriore protocollo di attuazione il 4 febbraio 2009 tra il ministro degli interni Roberto Maroni e il suo omologo libico. Nel protocollo - firmato da quello stesso centro-sinistra che ha votato in massa il Trattato di amicizia e che oggi ne chiede la revisione - si prevede la consegna alla Jamahiriya di sei unità navali da usare «per operazioni di controllo, ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza e di transito delle imbarcazioni dedite al trasporto di immigrati clandestini».
Da allora, le sei motovedette sono state usate per riportare in Libia gli immigrati intercettati dalle navi militari italiane e rimandate indietro dal maggio 2009 nelle cosiddette operazioni di «respingimento». Ma non solo: vengono usate per i generali compiti di pattugliamento delle coste libiche, come ha dimostrato in modo eclatante l'episodio di domenica sera.
Un compito che appare tanto più sorprendente se si considera che l'estensione delle acque territoriali della Jamahiriya è oggetto di contenzioso internazionale. Tripoli ritiene dal 1975 che le acque del Golfo della Sirte siano parte integrante del proprio territorio e integra quindi nelle proprie acque territoriali l'area di 12 miglia a partire da una linea retta che unisce i due punti di entrata geografici del golfo. Dal 2005, poi, ha stabilito in modo unilaterale una zona di pesca protetta di 62 miglia, all'interno della quale nessuno può pescare senza una particolare licenza. Così, le acque territoriali libiche si estendono a 74 miglia per tutta l'estensione delle coste e raggiungono anche le 100 miglia in corrispondenza del golfo della Sirte. Quando il ministro degli esteri Franco Frattini sostiene che «l'Ariete pescava illegalmente», fa quindi propria una decisione dei libici che né la comunità internazionale né l'Italia hanno mai riconosciuto ufficialmente - tanto che persino il Trattato di amicizia rimanda a «future intese» per risolvere il contenzioso.
Ma perché la Libia ha esteso a dismisura le proprie acque territoriali? Se per alcuni dietro la decisione ci sono ragioni di «sicurezza nazionale» (le acque della Sirtica sono state teatro delle grandi manovre statunitensi negli anni '80 per rovesciare il Colonnello Gheddafi), per altri i motivi sarebbero ben più prosaici. La zona in questione è infatti ricca del pregiatissimo «tonno rosso», specie in via d'estinzione e sottoposta a quote di pesca nel Mediterraneo. A quanto ha denunciato il Wwf, riprendendo un rapporto della «Tuna ranching intelligence unit» (uno studio finanziato dai produttori di tonno rosso spagnoli), per pescare in Libia tonno rosso bisogna necessariamente passare per una società con sede a Tripoli, la Nour-Al Haiat Fishing Co. (Nafco), il cui capo è Alladin Wefati, intimo amico del secondogenito e successore designato del colonnello Seif el Islam Gheddafi. La Nafco stabilisce joint-venture con società spagnole, italiane, francesi asiatiche per pescare il tonno rosso, fornendo anche tutto l'apparato logistico. Secondo lo stesso rapporto, esisterebbero voci non confermate che molto tonno è pescato illegalmente e fuori dalle quote, per poi essere congelato in alto mare in pescherecci asiatici.

IL MANIFESTO

giovedì 9 settembre 2010

PAKISTAN. Disastro senza marketing...e gli aiuti non arrivano

Le agenzie di stampa straboccano di foto di povere persone nell'acqua fino alla cintola; sfollati che si accapigliano per qualche pacco di viveri; bambini seduti tra le mosche, pianure trasformate in acquitrini. Immagini drammatiche.

Ma non hanno attirato grande attenzione nel mondo. Diciamo pure: la catastrofe che si è abbattuta sul Pakistan non commuove nessuno. Il confronto con disastri recenti è impietoso. Si pensi al terremoto di Haiti: in poche ore si erano mobilitati eserciti e protezioni civili dai quattro angoli del pianeta, star del cinema, due ex presidenti degli Stati uniti (è il cortile di casa...).
Non così per il Pakistan. Ieri le Nazioni unite hanno annunciato di aver raccolto circa metà dei 459 milioni di dollari necessari alla prima emergenza, e gran parte di questi soldi negli ultimi due giorni: ancora domenica, quando il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha visitato il paese alluvionato, meno di un quarto degli aiuti richiesti erano arrivati.


Cosa manca all'alluvione in Pakistan per meritare un po' di solidarietà internazionale? Non certo le dimensioni della crisi. Si pensi: una gigantesca onda di piena ha percorso l'intero bacino dell'Indo, che taglia il paese da nord a sud per oltre un migliaio di chilometri. Ha sommerso un terzo del territorio nazionale, una superfice pari all'Italia continentale. Ha ucciso 1.600 persone e costretto 20 milioni a sfollare - di cui 2 milioni, si stima, hanno perso le case. E però, dicono le Nazioni unite, i soccorsi hanno raggiunto ancora solo pochi dei 6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto immediato, a cominciare da cibo e acqua potabile. Dove i soccorsi arrivano non ci sono abbastanza viveri, tende, coperte da distribuire. Gli ospedali, carenti in tempi normali, sono sopraffatti. Il danno strutturale poi è immenso. L'inondazione ha fatto crollare ponti, divelto strade e ferrovie, messo fuori uso centrali elettriche. Ha distrutto raccolti per il valore di 1 miliardo di dollari (stima della Banca mondiale). Si spera di non mancare la prossima semina, in settembre, o sarà un anno di carestia.
Il governo pakistano quantifica in 15 miliardi di dollari il costo della ricostruzione. Ad aumentare la portata della crisi, arrivano notizie di proteste, esplosioni di rabbia tra gli sfollati lasciati a contendersi i pochi viveri, saccheggi: c'è chi vi legge un annuncio di futura instabilità. Le dimensioni del disastro sono solo una parziale scusa per un'amministrazione civile lenta a reagire. Certo è che finora le vittime hanno potuto contare solo sull'assistenza delle forze armate (unica istituzione davvero solida, e questo è uno degli storici problemi del Pakistan) o delle agenzie umanitarie internazionali. Nel vuoto politico si avanzano, e perché stupirsene, le charities islamiche - inclusa la Jamat-ud Dawa, nome di facciata per una delle più importanti organizzazioni jihadi (e fuorilegge). Non che abbiano i mezzi per fare molto, ma confermeranno la pretesa immagine di forza vicina al popolo per contro a un governo assente.


«Le crisi, è una cosa terribile da dire, richiedono un marketing attento», ha detto l'altro giorno alla Bbc Mark Malloch Brown, un ex vicesegretario generale dell'Onu (e ex capo del programma Onu per lo sviluppo). Ecco cos'è mancato al disastro pakistano. Pessimo marketing ha fatto il governo pakistano, dice Brown: «Bisogna saper dare un messaggio chiaro, che vite umane sono in gioco e che il paese in questione sta facendo di tutto per salvarle»: ma come convincersi dell'urgenza «quando il presidente pakistano viene filmato nel suo castello privato in Francia o in visita in Gran Bretagna» mentre il suo paese va a fondo. Non solo: il nome Pakistan evoca «il posto più pericoloso del mondo», terrorismo, taleban, kamikaze. E i «donatori» mondiali se ne fanno alibi: non vogliamo mandare aiuti nelle tasche di facinorosi estremisti o funzionari corrotti.


Infine c'è il misterioso meccanismo che rende alcune tragedie più appealing di altre. La solidarietà è direttamente proporzionale alla mobilitazione dei media, ma qui solo quelli britannici sono scesi in campo. Sarà che un terremoto è più adatto a colpire l'immaginario: arriva d'improvviso, provoca il massimo dei danni in pochi minuti, perfetto per scenografie hollywoodiana. L'alluvione è lenta, i bambini nel fango non sono fotogenici. Il Pakistan non ha bucato il video.

Fonte: Marina Forti - il manifesto

venerdì 30 luglio 2010

ONU: DIRITTO UMANO L' ACCESSO ALL' ACQUA POTABILE E ALL' IGIENE


L’assemblea generale delle Nazioni unite ha adottato, ieri a New York, una risoluzione che dichiara diritto umano l’accesso all’acqua potabile e all’igiene, con 122 voti a favore, nessuno contrario e 41 astenuti. La risoluzione invita stati e organizzazioni internazionali a destinare risorse finanziarie, abilità costruttive, tecnologie appropriate ai paesi in via di sviluppo, nello sforzo di provvedere acqua da bere sicura, pulita, accessibile, tenuto conto anche del costo affrontabile, nonché a rendere possibile l’igiene per tutti.
Quanto precede è nelle grandi linee l’inizio del comunicato ufficiale dell’Onu. Il testo poi prosegue con la litania delle cifre: 884 milioni di persone senza accesso all’acqua sicura; 2,6 miliardi di persone, quanto a dire il 40% dell’umanità, senza igiene di base; 1,5 milioni di bambini di meno di cinque anni che muoiono ogni anno per malattie connesse alla carenza di acqua pulita, più di quanti ne muoiano per Aids, malaria e morbillo, le tre cause più frequenti di morti infantili sommate insieme.
La discussione è però cominciata lontano da New York e si è sviluppata negli incontri del movimento, in tutte le sue forme, locali e globali; e poi nelle conferenze, nei forum alternativi, lungo le carovane dell’acqua, in Europa, in Africa, nelle Americhe, in ogni parte del mondo. Tutto questo ha consentito l’elaborazione di un pensiero comune per il bene comune, fino ad arrivare alla risoluzione, presentata all’Onu dalla Bolivia, il paese di Evo Morales e di Cochabamba, il luogo della prima grande lotta dell’acqua contro le multinazionali (Bechtel, in quel caso) e il luogo della recente conferenza sull’ambiente e sulla madre Terra.
Marco Iob, presidente della Ong Cevi, è un buon testimone di questa lunga trafila. 122 voti di liberi stati non si raccolgono senza un lavoro importante. Ricorda alcuni passaggi attraverso i quali il discorso dell’acqua, da disperso che era, ha ricevuto uno sviluppo internazionale e la solidarietà è riuscita a crescere. Molto merito spetta a René Orellana, allora ministro dell’acqua boliviano e poi passato a occuparsi di ambiente. Egli ha portato al Forum di Istanbul del marzo 2009 una posizione intransigente, elaborata anche in preriunioni romane e controfirmata da 25 stati, di certo non sufficienti ad ottenere un risultato a Istanbul, ma di certo capaci di bloccare il cammino sicuro delle multinazionali e degli stati maggiori al loro seguito. Mancando l’unanimità, Istanbul è finita in uno stallo.
Il voto all’Onu di ieri, che ha origine in quel pensiero condiviso e quelle tappe a Roma e a Istanbul, è un buon risultato sul quale sarà meglio non addormentarsi. Nel 2012 è previsto di nuovo il World Water Forum che si sposterà a Marsiglia, dove le multinazionali si sentiranno a casa e torneranno all’attacco, magnificando naturalmente anch’esse il diritto inalienabile all’acqua, per poi svuotarlo e sabotarlo in mille subdoli modi. L’Onu, per fare chiarezza, deve togliere alle multinazionali il compito di organizzare il vertice, come sottolinea Emilio Molinari in questa stessa pagina del manifesto.
Contro la posizione espressa dalla Bolivia si sono mossi con tutta la loro possanza gli Stati uniti. Hanno subito dichiarato la loro astensione, chiedendo ai governi amici di fare altrettanto. L’argomento adottato era che di acqua come diritto umano si stava già occupando lo Human Rights Council di Ginevra, sempre nell’ambito delle Nazioni unite. La risoluzione di New York avrebbe svuotato il lavoro del Rapporteur del Council. Il testo secondo la posizione Usa avrebbe avuto il torto di descrivere il diritto all’acqua e all’igiene in un modo estraneo al diritto internazionale esistente.
Al contrario il Rapporteur, per la precisione la portoghese Catarina de Albuquerque, nel suo intervento all’Assemblea generale ha piuttosto parlato dell’impegno per ottenere il diritto per tutti a bere un’acqua sana e pulita e ha osservato – facendo l’esempio dei coreani in Giappone, quelli della comunità di Utoro, presso Kyoto, privi di acqua corrente e di fogne – che anche nei posti più affidabili vi sono sacche di arretratezza.
I limiti dello Human Rights Council di Ginevra sono presto indicati. Il diritto all’acqua è collocato al quarantaquattresimo posto in un elenco di quarantacinque voci. Dopo l’acqua, Water in inglese, vengono solo le donne o Women per motivi alfabetici. L’elenco è aperto da Business e poi Children. Poi, spulciando qua e là c’è la democrazia, la pena di morte, l’ambiente, il cibo, l’indipendenza dei giudici, le minoranze, la povertà, il terrorismo, la tortura, il traffico di esseri umani. Tutti argomenti molto importanti ma che lasciano supporre che si tratti di un luogo in cui le iniziative si perdono tra mille parole e dove si decide molto poco.
I governi amici degli Stati uniti si sono allineati sulla loro dichiarazione di astensione. Dei 27 paesi dell’Unione europea, 9 hanno votato sì e 18 si sono astenuti. Il rappresentante albanese, assente al voto, in uno sforzo di allineamento ha detto che se presente, si sarebbe astenuto. L’Italia, con tutti gli ambasciatori a Roma per ascoltare Silvio Berlusconi raccontare storielle su Margaret Thatcher, è fortunatamente scivolata nel silenzio, passando inosservata e votando sì, come Francia, Germania e Spagna.
Come faremo, senza questa cattiva figura?

IL MANIFESTO