una storia, una notizia, o qualunque cosa valga la pena di essere raccontata



Visualizzazione post con etichetta clandestini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta clandestini. Mostra tutti i post

domenica 26 dicembre 2010

Test di italiano per avere il permesso di soggiorno, ma mancano i corsi

Dal 9 dicembre scorso per avere il permesso di soggiorno in Italia bisogna superare il test di italiano.Il problema però è dove gli stranieri possano fare i corsi?
Secondo quanto spiega Antonio Russo, responsabile immigrazione per le Acli “l’anomalia di questa procedura è quella di istituire una prova della conoscenza della lingua, senza aver prima previsto e progettato un piano articolato per l’insegnamento della lingua italiana. Chiediamo cioè agli immigrati di fare i test senza avergli mai fatto fare i corsi, se non quelli affidati all’iniziativa dei soggetti di volontariato”.
Vladimiro Polchi su Repubblica ricostruisce che chi vuole può prenotare online la prova d’esame. Entro 60 giorni dovrebbe essere convocato per il test e le prime prove dovrebbero svolgersi a febbraio 2011 presso i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti.
Non deve sostenere la prova d’esame chi ha degli attestati che certifichino la conoscenza dell’italiano a un livello non inferiore all’A2 del Quadro comune di riferimento europeo; chi ha titoli di studio o titoli professionali (diploma di scuola secondaria italiana di primo o secondo grado oppure certificati di frequenza relativi a corsi universitari, master o dottorati); chi è affetto da gravi limitazioni alla capacità di apprendimento linguistico.



domenica 29 agosto 2010

«Money, to eat», Dal Ghana all’Italia, passando per Lampedusa. La storia di un orafo finito a raccogliere pomodori


Quando lo incontro, Kuffour – trent’anni – è al centro Caritas di Nardò, in provincia di Lecce. È passato a ritirare la pasta e i generi di prima necessità che distribuiscono i volontari. Poco distante, le coltivazioni di cocomeri.

«In Ghana – mi dice in un inglese fatto di gesti e parole frammentate – ero orafo, costruivo gioielli. Ma la vita non era quella che ci si può immaginare quando si parla di un orafo, così mio padre è riuscito a mettere insieme i soldi necessari a pagare il mio viaggio verso l’Italia. A casa ho lasciato mia moglie e due figli». Partito dal Ghana nel 2008, Kuffour può considerarsi fortunato: non ha conosciuto il rigore e le atrocità delle piste nel deserto, ha evitato le percosse dei poliziotti di frontiera e non si è dovuto sistemare sul tetto di quei camion che scaricano la loro merce fatta di persone ai confini con il Paese di Gheddafi.

«Sono riuscito – racconta – a trovare posto sull’aereo della tifoseria al seguito della nazionale di calcio del Ghana che andava a giocare una partita in Libia». Il padre, secondo il racconto di Kuffour, aveva organizzato tutto nei minimi dettagli: «sono rimasto in Libia solo due giorni, poi sono partito per Lampa Lampa» Lampedusa. «Sulla barca – prosegue Kuffour – eravamo in tanti, più di un centinaio. Siamo rimasti in mare per un giorno intero prima di intravedere Lampa Lampa. Qui sono rimasto per tre giorni, poi sono stato mandato a Foggia, presso un campo assistito dalla Caritas».

Dopo le formalità burocratiche, a Kuffour viene riconosciuto lo status di rifugiato. Non è più un clandestino. Da Foggia parte per Afragola, in Campania. Lavora per pochi giorni poi si ritrova a Napoli: «non trovavo lavoro e alla fine sono stato costretto a chiedere l’elemosina ai semafori. Ho fatto questa vita per nove mesi. Tutti i giorni, mentre cercavo lavoro, passavo parte della giornata elemosinando». E il gesto di Koffour non lascia dubbi: si alza, si china leggermente e allunga una mano che poi porta alla bocca. «Money, to eat», esclama.

«Napoli – prosegue – non era una città per me, così sono tornato a Foggia, nel campo di Borgo Mezzanone, il “grande Ghetto”, ma neanche qui c’era molto lavoro a causa della crisi. La vita nel campo – aggiunge – era pericolosa perché non sai mai come si comporta il tuo vicino e quindi ognuno pensa a se stesso».

Dopo Foggia, Kuffour è finito a raccogliere cocomeri e pomodori a Nardò, in provincia di Lecce. «Tirar via le coperture di plastica che ricoprono li ricoprono - spiega – è faticoso. Ma almeno è un lavoro».

Secondo i dati della Caritas, basati sui racconti dei migranti, una cassa di angurie viene pagata quattro euro. Se ne guadagnano sei, invece, per una di pomodori. «A questo – spiega Gregorio, collaboratore della Caritas diocesana di Nardò/Gallipoli – bisogna togliere il prezzo per il trasporto sul luogo di lavoro che viene pagato al caporale, circa cinque euro a testa, e il costo del pranzo che si aggira attorno ai 3,50 euro. Qui – prosegue – ci risulta che il caporalato sia soprattutto tunisino: loro decidono chi e quanto lavora».

Quando si smetterà di lavorare nei campi salentini, Kuffour tornerà a Foggia: «non vorrei tornar lì, ma non so cos’altro fare. Il problema dell’Italia – conclude – sono il lavoro e la povertà».

Kuffour sorride, dice che questa è la sua storia e fa per salutarmi. Mi stringe la mano poi prende una penna e segna un numero di cellulare: «se avessi un qualche lavoro per me, questo e’ il mio numero».

http://www.dirittodicritica.com