una storia, una notizia, o qualunque cosa valga la pena di essere raccontata



sabato 4 aprile 2015

QUELLA VOLTA CHE...NAPOLI 0 - SORRENTO 1



29 Agosto '71/ Coppa Italia/ Stadio San Paolo/ Napoli - Sorrento 0-1/Rete: 43°Pt Bozza(S)

Nelle foto :scambio di gagliardetti tra i capitani Jose' Altafini e Pietro Costantino, e il gol di Paolino Bozza. L' attaccante rossonero fa in tempo ad anticipare lo stopper Dino Panzanato ed infilare Dino Zoff con una rasoiata del suo proverbiale piede sinistro.



[Il Calcio a Sorrento: Settant' anni di storia di A.e G. Siniscalchi]

lunedì 23 marzo 2015

Il calcio a Sorrento: Settant'anni di storia



[Quella volta che...Mario Damiano lanciò la radiolina all' arbitro. Prima però tolse le pile.]


(..)Nell' anno della serie B tante furono le amarezze per la squadra rossonera, che lamento' anche una certa avversione da parte degli arbitri, dopo una sconfitta al San Paolo con la Lazio per 1-0. Nei minuti finali, l' arbitro Torelli di Cormons annullo' ai rossoneri il gol del pareggio, scatenando la protesta del super tifoso Mario Damiano, che reagì così all' annullamento di quel Gol: lanciò in campo la sua radiolina portatile.....dopo averne tolto le pile.
"Non avrebbe fatto meglio a tirare le meno costose pile?", la domanda sorge spontanea. Dopo tanti anni, Damiano ha sciolto l' enigma: incavolato oltre misura, lanciò la radio e conservò le pile per avere altre 'munizioni' da utilizzare nelle sue proteste.



[ Il calcio a Sorrento: Settant'anni di storia - di Antonino e Gianni Siniscalchi]

venerdì 20 marzo 2015

Proserpina la LEGGENDA della PRIMAVERA



Proserpina, con te ritorna la Primavera.
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Una famosa leggenda narra che la Primavera è il segno che sulla Terra ha fatto finalmente ritorno dagli inferi Proserpina, figlia di Madre Terra e sposa dell’aldilà, che simboleggia la vita e la natura che rifioriscono dopo la gelida stagione invernale.


Proserpina, figlia di Cerere, si recava spesso nei prati a cogliere splendidi fiori. Un giorno però, mentre era incantata dalla bellezza di un narciso sotto le pendici dell’Etna, comparve su un carro d’oro trainato da due cavalle Ade (o Plutone), il signore degli Inferi, che si invaghì di Proserpina desiderandola come sua sposa. Per questo motivo rapì la fanciulla che venne disperatamente cercata per giorni da Cerere che, dopo aver saputo la verità, decise di non occuparsi più della terra e dei suoi frutti causando periodi di di siccità, carestie e pestilenze.

La situazione divenne tragica: si moriva di fame, il raccolto non maturava e i fiori non sbocciavano. Gli uomini chiesero aiuto a Zeus che aveva il compito di far tornare da Cerere la figlia, ma Ade per tenere con sè Proserpina le fece mangiare un chicco di melagarana, simbolo di amore eterno.

Zeus, fratello di Ade, commosso da Cerere e dalla disperazione di troppa gente, decise di far rimanere per due terzi dell’anno Proserpina nel mondo dei vivi, lasciandola nel mondo dei morti durante l’autunno e l’inverno.


Con l’arrivo sulla Terra di Proserpina dunque, i germogli ritornano, il grano matura ed i ciliegi fioriscono perchè Cecere, divinità materna della terra e della fertilità, per la gioia di poter riabbracciare la figlia cosparge la terra di fiori.

fonte VESUVIOLIVE.IT

giovedì 19 marzo 2015

Charles Sifford,il golfista che mando' in buca il razzismo.





                    Addio a Charlie Sifford, primo afroamericano nel golf

Charlie Sifford,  è stato il primo golfista afroamericano a far parte del circuito professionistico,  morto all'età di 92 anni a Cleveland, in Ohio, un mese dopo aver subito un ictus. A lui si deve la fine della segregazione razziale nel golf professionistico. Nato nel 1922 a Charlotte, in North Carolina, cominciò a lavorare come caddy a 13 anni. Poi, iniziò a partecipare ai tornei per i giocatori di colore, che erano esclusi dalla Pga of America, l'associazione dei giocatori professionisti. Sfidò il divieto per la prima volta nel 1952, quando partecipò ai Phoenix Open grazie all'invito ottenuto dall'ex campione mondiale dei pesi massimi di pugilato, Joe Louis, nonostante le minacce e gli insulti a sfondo razziale.
                             

                           
Nel 1957 Sifford vinse il long beach open, che non era un evento ufficiale del Pga tour, il circuito professionistico, che però era tra gli sponsor; al torneo, parteciparono anche diversi giocatori bianchi molto conosciuti. Nel 1961, la Pga decise infine di eliminare la clausola che prevedeva l'iscrizione solo di golfisti bianchi e sifford divenne il primo membro di colore dell'associazione, riuscendo poi a vincere due tornei, nel 1967 e 1969. Non ha invece mai partecipato al Masters, a cui il primo giocatore nero fu invitato nel 1975.

Addio a Charlie Sifford, primo afroamericano nel golf

Nel 2004 è diventato il primo afroamericano a entrare nella hall of fame di golf; lo scorso anno, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, lo ha premiato con la medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza civile insieme alla medaglia d'oro del Congresso, conferita a persone che hanno dato "un contributo meritorio speciale per la sicurezza o gli interessi nazionali degli stati uniti, per la pace nel mondo, per la cultura o per altra significativa iniziativa pubblica o privata" 

REPUBBLICA.IT


Sifford insieme al campione Tiger Woods:
 "Non è un'esagerazione dire che senza charlie e gli altri pionieri che hanno combattuto per giocare - ha detto mesi fa Woods - forse non sarei diventato un giocatore di golf"


 Addio a Charlie Sifford, primo afroamericano nel golf
 (ap)

lunedì 16 marzo 2015

BILL SHANKLY,He made the people happy.

«Il calcio non è niente ma è tutto per la gente di Liverpool. Quello che facciamo il sabato dà uno scopo e un senso ai lavoratori. Perché il calcio è lo sport dei lavoratori».

BILL SHANKLY, l' uomo del popolo che rese felice la KOP


Alcuni credono che il calcio sia una questione di vita o di morte. Sono molto deluso da questo atteggiamento. Vi posso assicurare che è molto, molto più importante di quello.
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"Sono un uomo del popolo".Poche parole, incisive, dirette, dure. Come il protagonista di questa storia. Uno scozzese testardo, nato in miniera e divenuto uno scouser fino all’ultima goccia del suo sangue. Un allenatore avanti anni luce rispetto alla sua epoca, un precursore del gioco e un fine psicologo. Un eroe della sua gente. Un eroe del popolo. Un eroe del Liverpool Football Club. L’eroe in questione è quello che, a braccia larghe e pugni stretti, ti accoglie all’esterno di Anfield, appena fuori il museo.L’eroe in questione è Bill Shankly, l’allenatore più amato dalla Kop. Un uomo del popolo.
He made the people happy. Queste sono le parole incise sotto la statua di Bill Shankly. Si, perchè di felicità avevano bisogno le persone di Liverpool, in quel disastroso 1959. Di felicità e di speranza. Perchè la situazione non era delle migliori, e la gente del Merseyside aveva bisogno disperatamente di aggrapparsi a qualcosa. Quasi sempre, quel qualcosa indossava una maglia rossa e giocava le sue partite ad Anfield Road. E in quel disastroso 1959, la felicità era ben lontana dal poter essere soltanto immaginata. Il Liverpool Football Club navigava nei fangosi bassifondi della Second Division. L’ultimo trionfo in campionato datato 1947. La speranza di rivedere i Reds alzare un trofeo sempre più flebile. Serviva un uomo forte, un uomo abituato a lottare, faticare, sudare, anche e soprattutto dalla panchina.


Quell’uomo, i dirigenti del Liverpool, se lo andarono a prendere ad Huddersfield, là dove la vita aveva portato Bill Shankly. Bill Shankly che al Liverpool arriva. Vede. Osserva. Valuta quello che gli piace e quello che non gli piace. Riassumendo, in breve. Cose che gli piacciono: la Kop, le maglie rosse, la gente di Liverpool. Cose che non gli piacciono: tutto il resto. Bill Shankly arriva al Liverpool Football Club, vede, osserva, prende nota, comunica le sue decisioni. Piazza pulita di tutti gli elementi che non ritiene adatti al suo progetto. Alla fine della prima stagione saranno 24. Fa sistemare il campo di allenamento, impone i suoi metodi di allenamento, rivoluzionari per l’epoca. Soprattutto, impone che si corra, tanto. Come piace a lui. Fa costruire delle gabbie particolari in cui i suoi giocatori possono esercitarsi nei passaggi, possono migliorare il loro controllo di palla. Indossa i calzoncini e le scarpette, e gioca con loro.



Gli scousers lo amano dal primo giorno. E’ amore a prima vista, tra lui e la Kop. Amore incondizionato e, soprattutto, ricambiato. Certo, non proprio dal primissimo giorno, forse. L’esordio di Bill Shankly sulla panchina di Anfield viene salutato da un rotondo 0-4 contro il Cardiff. Quasi a preannunciare che la strada per la risalità sarà ripida e tortuosa. Shankly vede, osserva, distrugge per poi ricostruire. Sceglie i giocatori più adatti al suo gioco, ma soprattutto quelli che ritiene abbiano le qualità mentali per far parte dei Reds. Roger Hunt, Ian Callaghan, Ron Yeats, Ian St. John. Il Santo, che esordì con una tripletta all’Everton in un trofeo amichevole, fu l’uomo decisivo per la risalita. Nel 1962, finalmente, il Liverpool era tornato nel posto che gli spettava. In First Division.

Stagione 1963-64. Il Liverpool ritorna in vetta alla First Division. E ci resta fino alla fine. I Reds tornano campioni d’Inghilterra, Bill Shankly ha conquistato il titolo. E’ lui l’artefice della risalita e della vittoria del titolo, ma non ne vuole sapere di prendersene i meriti. «Per me il socialismo vuol dire lavorare per gli altri e dividere con loro i risultati. E’ il modo in cui intendo il football, è il modo in cui intendo la vita». E proprio la voglia di sacrificarsi l’uno per l’altro, la grinta messa in campo, l’umiltà nell’approcciare qualsiasi incontro, sono le chiavi del ritorno del Liverpool ai vertici del calcio inglese e poi europeo. Uno spirito combattivo, lo spirito di chi ha dovuto vedere il buio prima di tornare a vedere la luce. Lo spirito dei minatori, quello che anima l’uomo Shankly.

E poi ci sono le intuizioni geniali del motivatore Shankly. 25 novembre del 1964. Il Liverpool campione di Inghilterra affronta l’Anderlecht ad Anfield. Gli avversari sono forti, fanno paura. C’è bisogno di qualcosa che li spaventi, che gli faccia temere il muro rosso della Kop. Semplice, pensa Bill. Il Liverpool indossa, oltre alla solita maglia rossa, anche i pantaloncini dello stesso colore. Il muro della Kop è sceso in campo. I Reds, da quel giorno, fanno paura, rossi come il sangue. Bill Shankly vince altri due campionati, due FA Cup. Il Liverpool è di nuovo sulla mappa del calcio inglese. Ora bisogna riportarlo sulla mappa del calcio europeo.

La Coppa dei Campioni sfugge sempre, come un’utopia sulla quale Bill Shankly non riuscirà mai a mettere le mani. Il Liverpool però, nel 1973 si porta a casa la Coppa UEFA, finalmente. I giocatori stanno festeggiando la fine di quella gloriosa stagione davanti al proprio pubblico. Come spesso accade, anche Bill va a raccogliere l’abbraccio della Kop. La gente è tanta, Anfield straborda. Bill adora, di tanto in tanto, mescolarsi con la sua gente. Ma oggi, proprio non può farlo. Compie il giro di campo insieme ai suoi ragazzi. Dalla Kop volano sciarpe come se piovesse. Una stupenda pioggia rossa. Un poliziotto, con i piedi, sposta una di quelle sciarpe che stavano in terra. Bill Shankly si avvicina al poliziotto. Con l’autorità di chi può permetterselo, perchè il padrone di Liverpool è lui. «Non farlo mai più. Per te è solo una sciarpa, per un ragazzo rappresenta la vita». Bill Shankly raccoglie la sciarpa, la solleva al cielo, se la mette al collo. Per dimostrare che è uno scouser, per dimostrare ancora una volta che è un uomo del popolo.
Bill Shankly, il re della Kop


Per la sua gente, Bill, farebbe di tutto. Scende in strada, regala biglietti a chi non può permetterselo. Riceve sacchi interi di corrispondenza, e risponde ad ogni singola lettera che gli viene recapitata nel suo ufficio. Sa perfettamente quanto il Liverpool conti nella vita di ciascuno dei suoi tifosi. E non vuole deludere nessuno. Soprattutto un tifoso del Liverpool.

E poi ci sono le ossessioni. Senza le quali, forse, Bill Shankly non sarebbe potuto diventare tale. L’ossessione per la vittoria, l’ossessione per la sconfitta. Il secondo posto, da evitare ad ogni costo. E poi l’Everton, quel maledetto Everton. Quando Bill Shankly si siede sulla panchina dei Reds, l’Everton è la squadra più forte di Liverpool. Due squadre rivali, ma che si rispettano. Eppure Bill sa che per un tifoso del Liverpool nulla conta più della supremazia cittadina. C’è l’ossessione per il Subbuteo. Bill ama procurarsi le squadre avversarie in miniatura, per poi portarle negli spogliatoi ai suoi ragazzi. Per dimostrare quanto piccoli sono.

Bill Shankly lascia la panchina del Liverpool nel luglio del 1974. Non prima di aver regalato un’altra Coppa d’Inghilterra alla sua gente. Lascia la squadra al suo fedele vice, Bob Paisley. Che riuscirà ad arrivare là dove lui non è mai riuscito: sul tetto d’Europa, a sollevare la Coppa più prestigiosa del continente. Bill osserva, da fuori, consapevole che senza di lui nulla sarebbe stato possibile. Eppure deve vedere il Liverpool diventare grande da fuori, come un estraneo. La dirigenza del Liverpool non gli offre un ruolo dietro una scrivania, lui incassa il colpo ma non lo dà a vedere. Continua a stare tra la sua gente. Mette la sciarpa al collo e va nella Kop. Stringe mani, firma autografi, regala biglietti. Bill Shankly è sempre l’uomo del popolo.


Ancora oggi, a più di 30 anni dalla sua morte (infarto fulminante nel 1981) ogni angolo di Anfield deve tutto a quest’uomo. Tutto quello che il Liverpool significa, lo deve a questo scozzese dal cuore grande e dalla faccia spigolosa. Quando Steven Gerrard, sfortunatamente ancora per poco, raccoglie i suoi compagni, si mette davanti a tutti, e imbocca la scalinata che porta al terreno di gioco, alza una mano.La batte sul simbolo con il Liverbird, sotto il quale campeggia una scritta. This is Anfield. L’ha fatta piazzare lì Bill Shankly. 
«Per ricordare ai nostri ragazzi per quale maglia giocano, e ai nostri avversari contro chi giocano».
In una squadra di calcio c'è una Santa Trinità: i giocatori, il tecnico e i tifosi. I dirigenti non c'entrano. Loro firmano solo gli assegni.

ARTICOLO di
Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

LEONE ROSSO FOOTGOLF

LEONE ROSSO FOOTGOLF

La Leggenda dell’Amore: Posillipo e Nisida

La Leggenda dell’Amore: Posillipo e Nisida "così eterno il premio, così, eterno il castigo."


Vi fu una volta un giovanetto leggiadro e gentile, nel cui volto si accoppiava il gaio sorriso dell'anima innocente, al malinconico riflesso di un cuore sensibile: egli era, nel medesimo tempo, festevole senza chiasso e serio senza durezza. Chi lo vedeva, lo amava; e la gente accorreva a lui, come ad amico, per allietarsi nella sua compagnia. Ma il bel
giovanetto fu molto, molto infelice; gli entrò nell'anima un amore ardente, la cui fiamma, che saliva al cielo, non valse ad incendere il cuore della donna che egli amava. Era costei una donna di campagna, cui era stato dato in dono la bellezza del corpo, ma a cui era stata negata quella dell'anima: ella era una di quelle donne incantatrici, fredde e malvagie che non possono né godere, né soffrire. Paiono fatte di pietra, di una pietro levigata, dura e glaciale; vanno in pezzi, ma non si ammolliscono; cadono fulminate senza agonizzare. Tale era Nisida, colei che fu invano amata dal giovinetto; poiché nulla valse a vincerla. Allora lui che si chiamava Posilipo, amando invano la bella donna che viveva di faccia a lui, per isfuggire a quella vista, che era il suo tormento e la sua seduzione, decise precipitarsi nel mare e finire così la sua misera vita. Decisero però diversamente i Fati e rimasto a mezz'acqua il bel giovanetto, vollero lui mutato in poggio che si bagna nel mare; ed ella è uno scoglio che gli è dirimpetto: Posilipo, poggio bellissimo dove accorrono le gioconde brigate, in lui dilettandosi, Nisida destinata ad albergare gli omicidi ed i ladri, che gli uomini condannano alla eterna prigionia - così eterno il premio, così, eterno il castigo.

(STORIE DI NAPOLI)