una storia, una notizia, o qualunque cosa valga la pena di essere raccontata



giovedì 9 settembre 2010

PAKISTAN. Disastro senza marketing...e gli aiuti non arrivano

Le agenzie di stampa straboccano di foto di povere persone nell'acqua fino alla cintola; sfollati che si accapigliano per qualche pacco di viveri; bambini seduti tra le mosche, pianure trasformate in acquitrini. Immagini drammatiche.

Ma non hanno attirato grande attenzione nel mondo. Diciamo pure: la catastrofe che si è abbattuta sul Pakistan non commuove nessuno. Il confronto con disastri recenti è impietoso. Si pensi al terremoto di Haiti: in poche ore si erano mobilitati eserciti e protezioni civili dai quattro angoli del pianeta, star del cinema, due ex presidenti degli Stati uniti (è il cortile di casa...).
Non così per il Pakistan. Ieri le Nazioni unite hanno annunciato di aver raccolto circa metà dei 459 milioni di dollari necessari alla prima emergenza, e gran parte di questi soldi negli ultimi due giorni: ancora domenica, quando il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon ha visitato il paese alluvionato, meno di un quarto degli aiuti richiesti erano arrivati.


Cosa manca all'alluvione in Pakistan per meritare un po' di solidarietà internazionale? Non certo le dimensioni della crisi. Si pensi: una gigantesca onda di piena ha percorso l'intero bacino dell'Indo, che taglia il paese da nord a sud per oltre un migliaio di chilometri. Ha sommerso un terzo del territorio nazionale, una superfice pari all'Italia continentale. Ha ucciso 1.600 persone e costretto 20 milioni a sfollare - di cui 2 milioni, si stima, hanno perso le case. E però, dicono le Nazioni unite, i soccorsi hanno raggiunto ancora solo pochi dei 6 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto immediato, a cominciare da cibo e acqua potabile. Dove i soccorsi arrivano non ci sono abbastanza viveri, tende, coperte da distribuire. Gli ospedali, carenti in tempi normali, sono sopraffatti. Il danno strutturale poi è immenso. L'inondazione ha fatto crollare ponti, divelto strade e ferrovie, messo fuori uso centrali elettriche. Ha distrutto raccolti per il valore di 1 miliardo di dollari (stima della Banca mondiale). Si spera di non mancare la prossima semina, in settembre, o sarà un anno di carestia.
Il governo pakistano quantifica in 15 miliardi di dollari il costo della ricostruzione. Ad aumentare la portata della crisi, arrivano notizie di proteste, esplosioni di rabbia tra gli sfollati lasciati a contendersi i pochi viveri, saccheggi: c'è chi vi legge un annuncio di futura instabilità. Le dimensioni del disastro sono solo una parziale scusa per un'amministrazione civile lenta a reagire. Certo è che finora le vittime hanno potuto contare solo sull'assistenza delle forze armate (unica istituzione davvero solida, e questo è uno degli storici problemi del Pakistan) o delle agenzie umanitarie internazionali. Nel vuoto politico si avanzano, e perché stupirsene, le charities islamiche - inclusa la Jamat-ud Dawa, nome di facciata per una delle più importanti organizzazioni jihadi (e fuorilegge). Non che abbiano i mezzi per fare molto, ma confermeranno la pretesa immagine di forza vicina al popolo per contro a un governo assente.


«Le crisi, è una cosa terribile da dire, richiedono un marketing attento», ha detto l'altro giorno alla Bbc Mark Malloch Brown, un ex vicesegretario generale dell'Onu (e ex capo del programma Onu per lo sviluppo). Ecco cos'è mancato al disastro pakistano. Pessimo marketing ha fatto il governo pakistano, dice Brown: «Bisogna saper dare un messaggio chiaro, che vite umane sono in gioco e che il paese in questione sta facendo di tutto per salvarle»: ma come convincersi dell'urgenza «quando il presidente pakistano viene filmato nel suo castello privato in Francia o in visita in Gran Bretagna» mentre il suo paese va a fondo. Non solo: il nome Pakistan evoca «il posto più pericoloso del mondo», terrorismo, taleban, kamikaze. E i «donatori» mondiali se ne fanno alibi: non vogliamo mandare aiuti nelle tasche di facinorosi estremisti o funzionari corrotti.


Infine c'è il misterioso meccanismo che rende alcune tragedie più appealing di altre. La solidarietà è direttamente proporzionale alla mobilitazione dei media, ma qui solo quelli britannici sono scesi in campo. Sarà che un terremoto è più adatto a colpire l'immaginario: arriva d'improvviso, provoca il massimo dei danni in pochi minuti, perfetto per scenografie hollywoodiana. L'alluvione è lenta, i bambini nel fango non sono fotogenici. Il Pakistan non ha bucato il video.

Fonte: Marina Forti - il manifesto

Nessun commento: